martedì 4 marzo 2008

L'incipit del romanzo


Siamo nell’anno che voi Uomini Bianchi chiamate 1675 dopo Cristo.
Io sono Hashale, lo Sciamano del glorioso popolo pellerossa Munsee. E questa terra è la nostra Terra. Si chiama Mahan Atin che vuol dire Isola e Collina.

Il nostro villaggio era diverso da tutti gli altri villaggi dei pellirosse. La nostra tribù era la più antica di questi posti e quella con più grandi tradizioni alle spalle. In tutto ci differenziavamo dagli altri pellirosse. E anche ciò che sto per raccontarvi, ci distinse dalle altre tribù.
Al centro dell’isola era collocato il nostro villaggio composto da sedici tende poste in cerchio. Al centro c’era la tenda del Capo-tribù: una donna chiamata Wakanda.
Quel giorno era un giorno tranquillo, un giorno come tanti. Il sole cadeva a picco sulle teste rosse del mio popolo e illuminava la terra ambrata lì attorno facendola brillare. C’era il solito Vento dal Nord che si infilava tra i capelli neri delle donne Munsee che stavano svolgendo il loro lavoro e aspettando gli uomini di ritorno dalla caccia.
Ogni donna pellerossa era di fronte alla sua tenda: c’era chi preparava il cibo per i propri figli e chi invece colorava le pelli di bisonte che sarebbero diventate i nuovi vestiti dei guerrieri.
Anche Wakanda stava aspettando suo marito Leyati perché doveva dargli un annuncio importante. Vicino a lei c’erano i suoi due figli gemelli: Wapi, Tramonto di Fuoco, e Maneta, Alba di Perla. Erano nati undici Stagioni del Sole fa, quelli che voi chiamate anni, ed erano i due più bei Munsee dai tempi della Capo-tribù Nuna, madre di Wakanda.
«Mamma, quando nascerà nostro fratello?» esclamò Wapi, lasciando sorpresa Wakanda.
«Molto presto, Wapi».
«E si farà una grande festa?» intervenne Maneta.
«Certo. Faremo una grande festa come quando siete nati voi due». Wakanda le accarezzò la guancia con grande dolcezza, tanto che Wapi corse verso di lei per chiedere anche lui una carezza. La ricevette con un grande sorriso.
«È stata una grande festa?» continuò Wapi, finalmente soddisfatto dell’affetto ricevuto.
«Certo, anche perché è durata tutto un giorno».
«Un giorno intero?»
«Sì, Maneta, dall’alba al tramonto. La festa inizia quando la mamma capisce che sta arrivando il momento della nascita…»
«…e termina quando sono nati i bambini» con-cluse Wapi.
«Certo. Maneta è nata di mattina presto» disse Wakanda.
«Alba di Perla» aggiunse ridendo Maneta, indicandosi sul petto e facendo chiaro riferimento al significato del suo nome. «E tu Wapi alla sera».
«Tramonto di Fuoco» tuonò Wapi. Anche lui fece gli stessi movimenti di Maneta.
Se qualcuno non l’avesse saputo avrebbe potuto capire in ogni momento che erano gemelli. Uguale sorriso, uguale espressione degli occhi, uguale fierezza ma diverso colore della pelle: Wapi, Tramonto di Fuoco, tendeva al rossastro, come tutta la nostra tribù mentre Maneta era più chiara come se la Luna l’avesse illuminata prima della sua nascita.
Wakanda, sentendo le parole dei propri figli, fu molto fiera di loro: avevano nel sangue la tradizione Munsee e sapevano perfettamente capire il significato profondo dei loro nomi. Ma anche delle cose che li circondavano.
«È bellissimo, mamma, così potremo vedere con nostro fratello quello che non ci ricordiamo della nostra storia. Eravamo troppo piccoli» disse Maneta.
«È vero. Stasera dirò a vostro padre che devono iniziare i preparativi per la Danza della Nascita. Poi non sappiamo se sarà un fratello o una sorella oppure altri due». A quelle parole e a quel pensiero gli occhi di Wakanda sembrarono riempirsi di gioia, tanto che il riflesso del Sole glieli rese splendenti. Sembrava di vedere un prato verde, ricoperto di quella brina delle fredde giornate della Stagione del raccolto del granturco, illuminato dal Sole.
«Mamma, possiamo aiutarti a preparare questa festa?»
«Certo, Wapi. Anzi avrete un ruolo fondamentale».
«Quale?» interruppe sorpresa Maneta che già si vedeva protagonista di questa festa.
«Ve lo spiegherò in questo tempo che ci separa dalla nascita di vostro fratello».
«Ci hai già insegnato tante cose del nostro popolo ma questa ci mancava» gioì Wapi.
«È vero ma devo ancora insegnarvene tante, perché è importante conoscere la propria storia e le proprie tradizioni».
«Ci racconti ancora dell’Acchiappasogni?»
«Certo, Maneta».
Wakanda iniziò il racconto più bello della tradizione Munsee: la nascita dell’Acchiappasogni.
«In un villaggio viveva una bambina di nome Nuvola Fresca. Un giorno la piccola disse alla madre, Ultimo Sospiro della Sera: “Quando scende la notte, spesso arriva un uccello nero, becca pezzi del mio corpo e mi mangia finché non arrivi tu a cacciarlo via. Ma non capisco cosa significhi tutto questo”. Ultimo Sospiro della Sera rassicurò la piccola dicendole: “Le cose che vedi di notte si chiamano sogni e l’uccello nero che arriva è soltanto un’ombra che viene a salvarti”. Nuvola Fresca rispose: “Ma io ho tanta paura, vorrei vedere solo le ombre bianche che sono buone”.
Allora la madre, che in cuor suo sapeva che sarebbe stato ingiusto tralasciare le paure della sua bimba, inventò una rete tonda per pescare i sogni nel Lago della Notte, poi diede all’oggetto un potere magico: riconoscere i sogni buoni, utili alla crescita spirituale della sua bambina, da quelli cattivi, cioè insignificanti e ingannevoli. Ultimo Sospiro della Sera costruì tanti Acchiappasogni e li appese sulle culle di tutti i piccoli del villaggio. Man mano che i bambini crescevano abbellivano il loro Acchiappasogni con oggetti a loro cari e il potere magico si sviluppava insieme a loro».
«È proprio bella questa storia» disse Maneta.
«Anche tu, mamma, hai preparato il nostro Acchiappasogni?» continuò Wapi.
«Certo, con le mie mani».
«Io ho già aggiunto delle piume d’aquila che ho trovato vicino al lago».
«Hai fatto bene» esultò Wakanda. «Ricorda che devi conservare il tuo Acchiappasogni per tutta la vita, come un oggetto sacro portatore di forza e saggezza».
«Lo farò mamma».

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